Il futuro secondo le nuove generazioni
Come immaginano il proprio futuro i ragazzi e le ragazze di oggi? Il secondo rapporto Dedalo raccoglie le loro voci restituendo un quadro fatto di fiducia e realismo, ma anche di disuguaglianze che si manifestano molto presto, ben prima dell’ingresso nel mondo del lavoro.
Oggi i giovani crescono in un contesto dinamico e in costante evoluzione, in cui le identità si costruiscono con influenze di modelli e messaggi diffusi da una società ancora segnata da stereotipi di genere. Questo contesto influisce sulle ambizioni personali, sulle scelte di vita e condiziona profondamente il modo in cui ragazze e ragazzi immaginano e sognano il loro domani, a partire dai modelli che scelgono come punto di riferimento.
I modelli di riferimento cambiano forma
Nel capitolo “Il futuro immaginato da ragazze e ragazzi: orientamento, aspettative e ostacoli”, a cura di Ulrike Sauerwald e Nicole Gila (Valore D) emerge chiaramente come, per ragazze e ragazzi tra i 16 e i 21 anni la famiglia resta il primo punto di riferimento nella costruzione delle proprie aspirazioni. Tra i 16 e i 21 anni la madre è indicata come modello dal 23% dei giovani, il padre dal 21%, altri parenti dal 21%. Quando dalle aspirazioni si passa alle scelte concrete di studio e lavoro, il peso della famiglia cresce ulteriormente: la madre esercita un’influenza rilevante per il 71% del campione, il padre per il 62%, seguiti da amici e coetanei (55%), altri adulti familiari (54%) e insegnanti (53%).
Accanto alla famiglia emergono però configurazioni diverse tra ragazze e ragazzi. I ragazzi individuano più spesso modelli legati al mondo scientifico e sportivo mentre le ragazze guardano con maggiore frequenza al mondo artistico-culturale e agli insegnanti. Oltre la metà delle ragazze (54%, contro il 40% dei ragazzi) non ha alcun modello di riferimento esterno alla propria cerchia di conoscenze: un accesso più limitato a modelli plurali che rischia di restringere, in partenza, l’orizzonte delle scelte immaginabili.


Una domanda di orientamento che resta inascoltata
Se la famiglia orienta l’immaginario, resta però un vuoto quando si tratta di prendere scelte concrete: i ragazzi raccontano un bisogno di orientamento ancora in parte insoddisfatto. Nonostante un miglioramento nella percezione dell’efficacia del supporto scolastico, il 70% dei giovani tra i 16 e i 21 anni dichiara di non sentirsi adeguatamente seguito nelle scelte legate al futuro professionale e l’84% vorrebbe ricevere più supporto nell’orientamento. La richiesta è più alta tra le ragazze (87%, contro l’81% dei ragazzi): un divario che segnala come le giovani donne percepiscano con maggiore urgenza la complessità delle scelte che le attendono.
È in questo scarto tra il bisogno di guida e il supporto effettivamente ricevuto che si radica il modo, insieme fiducioso e cauto, con cui i giovani guardano al proprio percorso professionale.


Il lavoro immaginato: tra equilibrio personale e carriera
Per la generazione che oggi ha tra 16 e 21 anni, il lavoro è parte di un progetto di vita più ampio. Il desiderio di un buon equilibrio tra vita privata e lavoro è indicato come la priorità principale, più rilevante di un alto livello retributivo o della carriera: un cambiamento culturale significativo rispetto alle generazioni precedenti.
L’immaginario sul futuro professionale combina fiducia e realismo: l’80% dei giovani ritiene probabile riuscire a svolgere il lavoro desiderato, ma oltre la metà (52%) prevede difficoltà nel trovarlo, con un gap di genere marcato (56% delle ragazze contro il 48% dei ragazzi).
La preoccupazione principale non è tanto la disoccupazione in sé (12%), quanto il timore di non raggiungere l’indipendenza economica (25%): non è il lavoro in quanto tale a generare ansia, ma la sua capacità di garantire stabilità e autonomia.
Il modo in cui ragazze e ragazzi immaginano il lavoro è strettamente legato a come, più in generale, immaginano il proprio futuro ed è proprio in questa prospettiva che il divario di genere diventa più netto.
Uguaglianza di genere: una fiducia che cambia con l’età
Il 76% dei giovani tra gli 11-14 anni crede in pari opportunità di successo tra ragazze e ragazzi, ma con l’avanzare dell’età e l’avvicinarsi alle scelte formative e professionali, questa fiducia tende a ridimensionarsi. Nella fascia 16-21 anni la quota scende al 61%, con un divario di genere che si allarga sensibilmente: il 70% dei ragazzi continua a credere nella parità di opportunità, contro il 51% delle ragazze (19 punti di distanza). Un divario significativo che suggerisce come le ragazze sviluppino più precocemente una lettura critica delle opportunità, maturando una percezione delle barriere che possono condizionare i percorsi professionali.
Le ragazze, inoltre, attribuiscono le disuguaglianze soprattutto a fattori strutturali (oltre due terzi le riconduce a discriminazioni nelle assunzioni, contro il 44% dei ragazzi) e mostrano una maggiore consapevolezza del peso della cura familiare come ostacolo alla carriera femminile.
Anche gli stereotipi quotidiani restano diffusi: il 36% dei ragazzi ritiene che occuparsi della casa sia un compito più adatto alle donne (30% tra le ragazze) e il 37% pensa che sia più appropriato per le madri restare a casa quando i figli sono piccoli (34% tra le coetanee). È quello che nello studio viene definito “realismo anticipatorio”: una lettura precoce e lucida, da parte delle ragazze, delle disuguaglianze ancora presenti nella divisione dei ruoli.


Focus: Cosa chiede la Gen Z al lavoro?
A completare il quadro, l’approfondimento firmato da Francesco Delzio (LUISS) allarga lo sguardo a chi il mondo del lavoro lo sta già vivendo, restituendo la mappa dei valori con cui Generazione Z e Millennials entrano nelle organizzazioni. Per decenni sono stati i giovani ad attendere il “Le farò sapere” delle aziende dopo un colloquio; oggi, per i profili più richiesti, è spesso vero il contrario. In questo ribaltamento si legge il senso della trasformazione portata dalla Gen Z (4,5 milioni di giovani, il 24% della popolazione in età lavorativa) e, in misura non troppo diversa, dalla Gen Y (5,3 milioni, il 29%).
La nuova mappa dei valori si articola in cinque assi: sicurezza economica, benessere psico-fisico, flessibilità spazio-temporale, significato sociale del lavoro e crescita continua. Il dato più innovativo riguarda proprio il significato sociale del lavoro: l’89% della Gen Z e il 92% dei Millennials considera il “senso di scopo” importante per la propria soddisfazione lavorativa.
Come sottolinea Delzio, la questione non è se queste generazioni abbiano voglia di lavorare, ma a quali condizioni siano disposte a investire energie, identità e competenze nel lavoro: una lettura che, restituita insieme ai dati sui giovani NEET, aiuta a capire quanto la distanza dal lavoro sia anche una distanza di senso, prima ancora che di occasioni.
