I giovani sono il futuro ma se non ci sono più giovani come faremo?

Qualcuno parla, eufemisticamente, di transizione. Più spesso i termini evocati sono quelli di crisi, inverno, o addirittura glaciazione demografica, a indicare che la situazione è strutturale e non prevede, per diversi decenni, l’arrivo di alcuna primavera.

Qualunque sia la sfumatura da dare al fenomeno, le proiezioni demografiche di Istat, confermate anno dopo anno, sono inequivocabili. Da qui al 2080 tutti gli indicatori del bilancio demografico sono in peggioramento. Né vale affermare che il 2080 è troppo lontano nel tempo. Per la demografia cinquant’anni sono un tempo breve, perché i fenomeni osservati si muovono con grande inerzia: se pensiamo alla popolazione vivente nel 2080, metà di essa è già nata oggi. Fare previsioni diventa perciò un esercizio che ha sì margini di errore, ma non troppo significativi.

Il primo dato da analizzare è quello del valore assoluto: nel 2024 in Italia i residenti erano 59 milioni, destinati a scendere, nel 2080, a 45,8 milioni secondo lo scenario mediano di previsione.

 

Figura 1 – Italia, previsioni della popolazione residente 2024-2080

 

Non solo la popolazione si riduce, ma nel frattempo invecchia:

  • i giovani fino a 14 anni scendono da 7,2 a 5,2 milioni, e la loro incidenza sul totale si riduce dal 12,2% all’11,3%;
  • la popolazione in età attiva (15-64 anni) diminuisce di 13 milioni di unità – da 37,4 a 24,4 – e il suo peso sul totale cala dal 63,5% al 53,1%;
  • gli anziani sopra i 65 anni sono l’unica classe di età che aumenta: in valore assoluto salgono da 14,4 a 16,3 milioni, e in valore percentuale il loro peso cresce dal 24,3% al 35,5%. Al loro interno gli ultra-ottantacinquenni sono destinati a diventare 3,8 milioni, e a pesare per l’8,4% della popolazione totale (oggi sono al 3,9%).

 

Figura 2 – Italia, previsioni della popolazione residente per classi di età

Il fenomeno è legato alla bassa fecondità, che ormai da più di vent’anni condanna il nostro Paese ad un saldo naturale negativo, ovvero a una situazione in cui il tasso di mortalità supera quello di natalità. Per qualche tempo il saldo migratorio è riuscito a compensare questo effetto, ma a partire dal 2014 la crescita totale ha assunto stabilmente segno negativo: nel 2024 era pari a -0,6%, si aggraverà sempre più fino al 2060, quando toccherà il -7,0%, e successivamente risalirà, ma nel 2080 è atteso ancora ad un significativo -4,4%.

Queste proiezioni pongono legittimi interrogativi sulla sostenibilità, oltre che sulla desiderabilità, del nostro sistema sociale ed economico. Non soltanto il rapporto tra anziani e giovani si sbilancerà a favore dei primi, ma anche sul mercato del lavoro, e in particolare sul rapporto tra attivi e inattivi, occorre aspettarsi evoluzioni preoccupanti.

Gli over 65 saranno 3,14 per ogni giovane (oggi 2,0). Inoltre, peseranno quanto il 67% della popolazione in età attiva (oggi equivalgono al 38%): il cosiddetto indice di dipendenza strutturale, ovvero il rapporto tra la popolazione in età non attiva e quella in età attiva, peggiorerà di conseguenza e passerà dal 58% all’88%.

 

Figura 3 – Italia, indicatori demografici 2024-2080

In questo scenario non è difficile immaginare le conseguenze. Sul mercato del lavoro la popolazione in età attiva è destinata a ridursi, e, a parità del tasso di partecipazione, con essa si ridurrà anno dopo anno anche la forza lavoro potenziale; nel frattempo la crescita della popolazione anziana genererà un significativo incremento della spesa previdenziale e assistenziale. Si parla infatti di degiovanimento quantitativo (meno giovani) e qualitativo (meno investimenti pubblici destinati ai giovani per dover far fronte alle necessità di una popolazione sempre più anziana), con un rischio collegato di fuga dei giovani dai confini italiani. Il progressivo squilibrio che la dinamica demografica comporterà nei prossimi decenni impatterà certamente su tutta la popolazione, ma coinvolgerà specificamente le nuove generazioni, e lo farà secondo modalità tra loro complementari.

Innanzitutto, le imprese registreranno una crescente difficoltà nel reperire lavoratori adeguati, nel numero e nelle competenze, in grado di compensare il naturale turnover.

In secondo luogo, si renderà sempre più evidente nei prossimi anni il paradosso per il quale una società che invecchia e una forza lavoro con un’età media che cresce rallentano l’adozione e lo sfruttamento delle nuove tecnologie, ossia una delle leve che potrebbero, almeno parzialmente, compensare gli effetti del deficit demografico. L’intelligenza artificiale e il nuovo rapporto uomo-macchina, infatti, possono abilitare i lavoratori e aumentare il lavoro svolto, favorendo una maggiore produttività, ma chiedono inevitabilmente investimenti in capitale umano.

È legittimo, poi, aspettarsi un bias socio-culturale che tenderà a privilegiare i più evidenti fabbisogni legati alla silver age e alla longevità, che non quelli legati alle aspettative dei giovani, con una compresenza intergenerazionale caratterizzata da un diverso valore del lavoro, da diverse competenze, da diversi modelli organizzativi sia dal punto di vista professionale che delle fasi di vita.

Infine, in aggregato il nostro sistema economico si avvia verso una crescente insostenibilità dei servizi di protezione sociale e una contrazione delle risorse complessivamente destinate alla filiera dell’education (istruzione e formazione), alle politiche attive del lavoro, ai fondi per la ricerca e sviluppo.

La condizione delle nuove generazioni è attesa dunque indebolirsi, sia numericamente che nelle prospettive e nel loro ruolo sociale. Si tratta di un circolo vizioso che tende ad aggravare ulteriormente il declino demografico. Le soluzioni non appaiono facili né immediate. Le direttrici di contenimento degli squilibri vanno sostanzialmente in poche direzioni:

  • una rimodulazione della logica duale vita attiva-pensione, che innalzi il livello medio dei 64 anni che funge da benchmark statistico per queste previsioni, e che soprattutto accompagni una importante quota della popolazione che sì invecchia, ma in condizioni di relativa autonomia, a contribuire al benessere collettivo in termini di lavoro e partecipazione sociale.
  • una maggiore partecipazione al mercato del lavoro da parte di gruppi di persone che oggi restano ai margini del sistema. Questo vale per le diverse coorti anagrafiche, ma anche per donne, giovani in condizione di NEET, persone straniere. L’incremento della partecipazione femminile rispetto alla quale il gap rispetto agli altri paesi europei è particolarmente evidente rappresenta di certo una priorità.
  • una maggiore attrattività dei luoghi di lavoro, dei territori, e del sistema Paese, per attrarre lavoratori (e cittadini) immigrati dall’estero e per trattenere i tanti giovani italiani che emigrano in misura crescente verso altri Paesi.
  • un investimento sistematico, a tutti i livelli, in maggiore produttività, e quindi utilizzo efficace ed efficiente delle nuove tecnologie, che valorizzano le competenze, favoriscono la longevità, migliorano l’attrattività.

Di fronte a una dinamica demografica che riduce il numero dei giovani e rischia di limitarne progressivamente il ruolo sociale ed economico, la vera sfida diventa non disperdere il potenziale di chi già c’è. In questo spazio si colloca l’impegno di Dedalo, Laboratorio permanente sul fenomeno NEET di Fondazione Gi Group: un presidio di conoscenza e di azione capace di leggere le fragilità delle nuove generazioni, trasformare i dati in interventi mirati e contribuire a ricostruire traiettorie di partecipazione, lavoro e futuro.

 

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